Di recente ho partecipato ad un incontro conviviale in provincia. Dopo l'iniziale euforia per esserci ritrovati, alcuni di noi non si vedevano da una decina d'anni, presto i nostri discorsi sono diventati più legati alla quotidianità, influenzati dalle esperienze che abbiamo vissuto e dalle nostre situazioni personali.

 

E, avendo percorso un buon tratto dell'esistenza, almeno per le aspettative dell'occidente, quasi subito chi si avvicinava al nostro tavolo poteva captare parole come "famiglia" - le progenie ora sono in età universitaria - "pensione" - anni di attesa prima di, finalmente, raggiungere l'età pensionabile, e entità delle medesime una volta percepite - "malattie", nel migliore dei casi identificabile con un calo della vista generalizzato ecc. Durante la cena, complice forse il vino che aveva cominciato a fluire abbastanza liberamente (non più come lo avrebbe fatto venti anni fa ma comunque..), dopo aver esaurito i convenevoli, ed esserci aggiornati sulle situazioni personali, dopo aver confermato la persistenza di un numero elevato di anime semplici che vivono di se e di ma e continuano a non essere consapevoli del fatto che siamo la somma delle nostre scelte quotidiane, il discorso è passato alla situazione generale e quindi alla politica.
Parlare di politica, qui come altrove, non è confrontare programmi o alternative possibili (del resto sparite anche nelle comunicazioni delle segreterie dei partiti, quasi a tutti i livelli, siamo costretti a riconoscere).
E' lamentarsi.
Il malcontento sull'aumento delle presenze dei sovente invisi extracomunitari (salvo assumerli con retribuzioni basse nelle fabbrichette locali), sul lento ma continuo erodersi delle potenzialità di questo piccolo angolo di mondo, dove poco per volta chiudono le scuole, i collegamenti diventano su gomma perché la ferrovia è giudicata un "ramo secco", le produzioni delle fabbriche cessano, non si fanno investimenti sulle attività ricettive per ammodernarle togliendo anche quel residuo barlume di velleità ad un settore che una volta contribuiva in modo significativo all'economia della valle - situazione che può tranquillamente riassumere quella dell'intero paese, intanto per la realtà degli extracomunitari ma poi anche per l'istruzione pubblica cronicamente colpita da tagli ai finanziamenti e di conseguenza all'offerta formativa, per i trasporti (dagli aerei fino al trasporto locale passando dai treni), per le produzioni delocalizzate, per il turismo che non siamo in grado di gestire come dovremmo pur avendo ereditato un patrimonio culturale/naturale unico al mondo - ha preso il sopravvento nelle nostre conversazioni ma, se ognuno aveva una sua particolare lagnanza, la totalità concordava sul fatto che la responsabilità della situazione non era la loro.
E' della "classe politica".
O del destino, verrebbe da credere a momenti.
Anche qui i problemi locali non vengono sentiti come una responsabilità dei cittadini in quanto parte integrante dello Stato, ma sempre altre, degli amministratori e di conseguenza dei politici - se possibile, anche contro le evidenze, i politici della fazione opposta, e ove non possibile, rintanandosi dietro un "tanto sono tutti uguali" - che non sembrano eletti dai cittadini ma entità autonome, che esistono indipendentemente dalla nostra volontà.
I politici, quelli nazionali in particolare perché hanno più esposizione mediatica - l'unica che conta per la nostra società -, sono diventati come i protagonisti di una telenovela, in cui i personaggi ci appassionano istintivamente non razionalmente, e che non muoiono mai o se muoiono poi, in base alle risposte dell'audience, rinascono o vengono rimpiazzati da un personaggio simile, per non alterare gli equilibri della trama "vincente" - nel nostro caso parlerei di "perdente" ma la legge dello spettacolo esige che the show must go on! - in cui nulla muta sotto un'apparente continuo dibattito per il cambiamento. E' una mediocrazia la nostra in cui il già non ben frequentato teatrino viene rappresentato attraverso le continue dicerie sulle diatribe, su "questo/a ha detto quello" e "questo/a gli/le ha risposto così", come nella trascrizione di un discorso tra comari, una chiacchiera che non ha altra realtà di quella dei suoi protagonisti che pretendono di essere il centro del mondo. Persa in un mondo di costante incertezza, senza più ideologie, in continua campagna elettorale, e per questo costretta a non avere programmi a lungo termine, soggiogata dalla comunicazione mediatica, di cui una buona parte non conosce i meccanismi (almeno al centro sinistra), la politica decide per noi ma è sempre più lontana da noi. Sono i demagoghi della propaganda mediale che, seguendo le regole dell'audience, remunerati in base all'audience - ma con un conflitto di interessi ormai congenito che premia i dipendenti del tycoon - in questo scenario che si disgrega, dettano le regole, confondendoci fino a non permetterci più di distinguere tra realtà e finzione, ostacolando la visione del totale enfatizzando continuamente il particolare, impedendoci di discernere tra un politico morto e uno vivo, comunicando sound bites che condizionano il nostro modo di pensare alla politica, trasformandoci in spettatori che non sono interpellati a decidere il palinsesto ma costretti a finanziarne le spese di gestione (dicesi governabilità in politichese mediatico).
Siamo cittadini che si lamentano inutilmente, per sfinimento, dalle pretese depotenziate dalla paura della crisi economica, dell'impiego, della famiglia, della politica, della difficoltosa garanzia del mantenimento dei diritti sociali che abbiamo considerato acquisiti per generazioni, che non hanno più il coraggio di opporsi a nulla perché la macchina del fumo, l'oracolo della verità, fa scomparire le diffuse e legittime proteste dai notiziari, o le strumentalizza a suo uso e consumo, sfiancando la volontà di cambiamento.
Considerati impreparati politicamente e intellettualmente per avere delle reali risposte ai problemi, utili per votare ma non per proporre, siamo condizionati costantemente da una comunicazione "uno a molti", imposta dall'alto. E lo spettacolo che ci viene offerto, non è, come alcuni vogliono farci credere, quello che vorremmo o che abbiamo scelto: è che decenni di pessime performance di questa che è diventata la nostra politica hanno talmente abbassato le aspettative degli spettatori che molti vedono come sopportabile, quasi naturale, anche questo immondo guazzabuglio.
Anche chi parla di cambiamento grazie ad una democrazia diretta perché interattiva (comunicazione "molti a molti") mente consapevolmente: in Italia quasi una persona su due non ha un collegamento ad Internet (novembre 2013) e, tra chi è connesso, chissà quale è la percentuale che non si collega esclusivamente per controllare Facebook, leggere la Gazzetta o peggio.